Intervista, Treviso Magazine
Stralcio da una intervista apparsa sulla rivista Treviso Magazine, Luglio 2007
Come è iniziato questo tuo singolare viaggio nel mondo dell’arte? Perché il disegno?
“Io mi sono sempre sentito bocciato in disegno, quando studiavo sistematicamente venivo rimandato, invidiavo i pittori e mi sentivo negato, quindi io non ho mai cercato di fare un fiorellino, per di più da ragazzino mio cugino molto più bravo di me nel disegnare i cavalli, gli indiani, mi inibiva nel provare: ecco allora che io diventai il suo regista, orchestravo i suoi tratti, gli dicevo fai così fai colà.
La vocazione arrivò molto più tardi, era la notte del 16 novembre del 1994 alle tre di notte, quando per una occasione fortuita, con dei materiali trovati sul tavolo della mia cucina, un foglio d’album di mia figlia Chiara e un lapis verdino, cominciai a disegnare la mia prima figura umana, mia figlia Silvia, una sua foto chiusa entro una bottiglia, e cominciai a disegnare, in un guizzo ne venne fuori il mio primo ritratto che chiamai Sussurro di volto. Mia moglie e le mie figlie entusiaste lo apprezzarono molto, così anche altri amici che mi convinsero a portarlo alla fiera di San Giovanni, nel nostro quartiere, ove una ragazza convinse la madre a commissionarmi il mio primo ritratto. Quel mio primo Sussurro ancora oggi mi fa provare dei brividi, io avevo ritratto ciò che era dentro mia figlia, avevo colto con rispetto infinito la sua anima, e non solo: avevo segnato il concetto della mia arte, infatti, i miei ultimi disegni anche se più ingentiliti e raffinati, perché sono maturato nella raffigurazione umana, per concetto non sono molto lontani da quel primo lavoro.
Fin da quel momento mi sono sentito come un bambino che doveva crescere, ma la sincerità propria dell’infanzia mi ha sempre premiato, è l’ingrediente principale della mia arte, l’arte di un non pittore, è una sincerità che diventa spiritualità perché il coraggio di cogliere il momento emozionale senza compromessi mi premia fin da subito nel tratto, che è stato definito da professori d’accademia e da critici, semplicemente unico, come è unica una persona, irripetibile, e quindi sacra.
Molto tempo dopo incontrai il mio vecchio professore di disegno, l’ingegnere Manganaro che rimase stupito dei miei lavori, è a lui che devo molto, proprio perché, rimandandomi sempre in disegno, mi aveva creato lo stimolo del combattimento interno, lo stimolo di mettermi alla prova, e la scelta di fare la figura umana, la cosa più difficile da rappresentare per un artista.
Io sono in grado di rappresentare qualsiasi cosa, ma l’animo umano non ha paragoni per ciò che stimola, è una vera e propria sfida per me. Io ho scelto la strada più difficile perché sono sempre stato portato alle grande sfide come quando, sempre da autodidatta mi sono laureato in economia e commercio, così affronto i miei tratti: provo senza mai cancellare finché arrivo a cogliere le regole interne delle cose che rappresento”.
Le tue opere sono vere e proprie istantanee, sembri cogliere l’essenza delle persone, le loro anime con la velocità di una macchina da presa, con la differenza che i tuoi segni parlano dell’anima dei tuoi soggetti, non si fermano alla forma del disegno ma vanno oltre, come arrivi a ciò?
“Intanto ci vuole molto amore, bisogna amare l’uomo e rispettarlo, anche il disabile, lo storpio, il brutto, non le persone artefatte costruite nell’immagine, a me bastano soltanto gli occhi di una persona vera che ti raccontano qualcosa allora nessuno mi può fermare. Non ci riuscì neppure mia moglie durante una funzione religiosa mentre Don Domenico e Don Fabrizio facevano la loro ultima messa assieme, sentii il desiderio irrefrenabile di coglier quei momenti, era il mio modo del tutto personale di pregare. Trovai uno straccetto di carta vecchia in tasca, una biro e cominciai a disegnare questo piccolo lavoro senza neppure controllarne i tratti perché mi nascondevo con la mano per pudore. Riportato poi a dimensioni fruibili fu un lavoro eccezionale che don Domenico commosso elogiò: era proprio la rappresentazione di quell’incontro spirituale tra due grandi personaggi. Ricordo quando disegnai sotto le stelle di Costalta in Cadore il mio amico Milio mentre raccoglieva il fieno, come di notte riuscii a coglierne il suo spirito l’amore per i suoi prati, la faticosa vita di un operaio che di notte coltiva la sua vita agreste. Così io colgo l’anima dei miei personaggi”.
I suoi tratti non ammettono ripensamenti, i materiali che lei usa sono meri strumenti veicolati dalla sua mano o sono frutto di attenti studi? Quale è il concetto d’arte di Fagotto, la sua essenza da dove arriva, da che studi?
“La mia arte è tutta dentro di me e la sto scoprendo scavando quotidianamente dentro i personaggi e gli eventi che disegno e colgo, e questa ricerca introspettiva fa disegnare un po’ me stesso. Sono l’uomo della strada, non sono un pittore, sono una persona che vive con il lapis in mano, che disegna quello che lo emoziona senza mai cancellare: per Fagotto cancellare un errore significherebbe cancellare un po’ se stesso.
Ogni momento del mio percorso è per me solo un momento di un determinato studio grafico pittorico, dove la tecnica, gessetto, acquerello, collage, ha così poca importanza rispetto al contenuto del quadro, che non perdo un minuto per organizzarmi quando vado a caccia di momenti di vita da disegnare.
Mi basta una matita spuntata e un vecchio foglio di una locandina stracciata colta da terra per partire verso quel viaggio unico ed irripetibile che è il disegno dove colgo solo l’emozione con una velocità sconvolgente perché il mio inconscio sa che quell’espressione è come la luce che per gli impressionisti dura un attimo, accelero quindi al massimo sulla difficoltà, che cerco volutamente massima per costringermi a trovare dentro di me quella sfida che mi fa crescere e capire in ogni disegno un po’ di più, quello che il critico Alessio Alessandrini chiama: “Le risorse salvifiche di Giorgio”.
Per me ogni disegnetto o schizzo è un momento di vita, una pagina di diario, un fiore a cui non si può strappare nessun petalo perché ne soffrirei terribilmente, in ogni foglio c’è una parte della mia storia, da quella fatidica notte del 1994 non ho mai smesso di disegnare, neppure il giorno della morte di moglie Eleonora che ho ritratto viva perché l’arte è più forte della morte.
Il disegno è tutto: quando ho dipinto quattro disegni a olio ne ho sofferto, il pigmento copriva l’umana poesia dei miei ritratti, ora so dipingere in diretta con l’olio e ne vedremo delle belle. Io non ho mai copiato né fatto mettere in posa i miei personaggi, ora riesco, dopo uno studio severissimo da autodidatta coltivato sui tratti mai cancellati, a segnare la mia personale tecnica, la tecnica della libertà, la libertà del racconto.
Sono un cantastorie delle strade, dei bar, delle assemblee pubbliche, dei concerti dei malati terminali, che non si pone mai il problema del giudizio degli altri. La mia è una libertà anche nello sbagliare, non un rendicontare al maestro, perché l’unico maestro che Fagotto rispetta è l’errore umano, dato dal limite dell’uomo, che ogni giorno si confronta con sé stesso e le sue possibilità”.
Giorgio è stato un insegnante e i suoi disegni non vogliono trasmettere alcuna scuola di pensiero, ma emozioni, le emozioni della persone e non solo, ma vogliono raccontare il pensiero dell’uomo per la strada, del cittadino che prepone, del padre che vuole urlare le angosce della vita e i tranelli del consumismo banale, insomma nel mio disegno si trova tutto me stesso: l’amore per la vita, l’amore universale del padre per i figli, l’amore per la propria compagna, la poesia, la tenerezza, l’erotismo degli amanti, e scusatemi se adopero vino, caffè, aperol, pattina da scarpe, gomma lacca o ci sputo nella terra per pigmentare il foglio, ma credetemi questo è il mio sentire. i materiali costosi, i più buoni, i migliori, li ho tutti ma è di fronte al difficile uso di una sapiente goccia di vino o di caffè che io sento ingredienti umani: non ho dubbi, vince la semplicità, che è la sintesi più difficile e Fagotto ha scelto sempre la strada dell’ impossibilità.
Erika Cavagnis


